Dopo due anni di emergenza Covid sono emerse nuove consapevolezze che hanno messo in evidenza numerose criticità che erano già presenti ma restavano sotto traccia.  La domanda che ci siamo posti è Quale RSA vorremmo per il prossimo futuro? Quale RSA vorrei se malauguratamente dovessi averne bisogno? Da queste domande è nato il Manifesto dell’ApproccioCapacitante® – Quali RSA per il prossimo futuro? Leggi il testo integrale (una pagina)

Per sottoscrivere il Manifesto scorri qui sotto fino in fondo.

 

 

Abbiamo 93 risposte

  1. Per avere un cambiamento vero, di cultura e di prassi, credo si debba capovolgere visione, organizzazione e linguaggi delle RSA, a partire dalle parole.

    Se è vero che la realtà viene plasmata anche attraverso le parole che usiamo per raccontarla, allora possiamo ipotizzare che usando parole che rimandano ad una certa normalità (casa con un indirizzo, non RSA, per esempio) si potrebbero evitare ai nostri anziani le tappe faticose della cosiddetta istituzionalizzazione, che si conclude sempre con una resa del soggetto alle regole dell’organizzazione in cui viene inserito:
    Forse è meglio “Cambiare casa” che “Entrare in una RSA”.
    Che sfumatura emotiva può assumere, quale vissuto può anticipare dire “Vivo nella Residenza Socio Assistenziale XY” rispetto a “Vivo in una casa in Via XY”?

    Aggiungo altre tre parole su cui sarebbe interessante riflettere.

    REPARTO: cosa sottende il vivere in un reparto? Che sensazione lascia a chi ci vive… E ai suoi parenti?
    Il reparto rimanda ovunque al mondo medico e ospedaliero o, in alcune realtà, al mondo lavorativo.
    Quale persona vorrebbe vivere in un reparto? Come si creano le radici, in un reparto?
    Un reparto è, di per sé, un posto di passaggio.

    E quindi, anche con questa sfumatura, l’ anziano diventa un “OSPITE”:
    ospite di passaggio in un reparto, all’ interno di un’ impersonale Residenza Socio Assistenziale o di una Casa Albergo (evoluzione della più lontana Casa di Riposo).

    E quando l’anziano non è definito “Ospite” è definito “PAZIENTE”, perché la cultura medica è ancora predominante in molte RSA.
    Quindi cosa stiamo chiedendo ai nostri anziani?
    Di essere di passaggio, di essere malati, di essere pazienti.
    Ma cosa devono attendere tanto pazientemente?

    Data l’organizzazione gerarchica e medica delle RSA mi chiedo, immaginando un futuro diverso:

    – É possibile rivedere la gerarchia medica a favore di un vero lavoro di équipe?
    – É possibile andare oltre i piani di lavoro a favore di una gestione più elastica e rispettosa, in cui non si parli di “minutaggi” ?
    – È possibile tollerare il tentativo (e quindi, a volte, il fallimento) a discapito della certezza farmacologica?
    (Se Mario è agitato, posso tollerare lo “spreco” di un’ora nel tentativo di trovare un canale alternativo per l’espressione della sua agitazione, anziché somministrare immediatamente il farmaco che lo calmerà?)
    – Sono immaginabili micro-realta’ di vita? Se in reparto (!) vivono 30 persone, che piacere di vivere posso immaginare?

    Infine, dal punto di vista di noi operatori, credo si debba tenere a mente anche questo:
    Se non si trasforma la visione estremamente medica che sta alla base di molte RSA, resteremo solo delle persone che lì entrano e cercano di fare la differenza ma devono investire parte del loro tempo a difendere e motivare il proprio operato.

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  2. Il manifesto dell’ Approccio Capacitante contiene una sintesi preziosa e ricca di punti fondamentali, traccia un percorso chiaro per un futuro realizzabile nelle nostre RSA. Le RSA possono diventare una casa, i nostri ospiti da assistiti possono diventare i protagonisti dei nostri gesti di cura, gli operatori possono vivere la loro professione accompagnandola con l’ascolto e la scelta di parole che aprono ad un senso più profondo della relazione di cura, che fanno cambiare la prospettiva, che tessono relazioni felici. Per realizzare questo cambiamento occorrono determinazione, passione, tenacia e coraggio, perché anche nei contesti apparentemente più sterili, i cambiamenti sono possibili. Il manifesto è uno stimolo e un augurio, per una ripartenza nella quale insieme si possano raggiungere nuove mete.

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  3. Sottoscrivo.
    Perché quella PERSONA che è anziana ha il diritto di essere riconosciuta nelle sue Identità e di poter essere protagonista di una Vita che ancora c’è, al di là delle fragilità o della malattia, e che viene attraverso tutte le sue parole e le sue indiscutibili emozioni.

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  4. Sottoscrivo pienamente.
    Aggiungerei, oltre all’impegno per cambiare sguardo dall’interno della struttura uno sguardo impegnato a creare soluzioni comunitarie per i nostri anziani meno spersonalizzanti e più familiari.

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  5. Sottoscrivo!

    Sono sempre molto colpito quando chi si occupa di rsa nomina la parola “casa”. Dovremmo parlarne sempre, sempre di più. E capire più da vicino cosa significa che una persona, nella sua unicità, con la sua storia, con le sue esperienze, con gli affetti, con la situazione presente, le condizioni di salute, i desideri…, possa sentirsi a casa.
    La casa come luogo di sicurezza, la casa come senso di adeguatezza profondo, come assenza di ostacoli, di frustrazioni, di pericoli, di paure, la casa come calore, come privacy, come possibilità di scelta e di controllo… se ce la immaginiamo così allora la vera casa per qualche anziano può non essere la propria casa, che a volte si rivela un incubo… così come, invece, una rsa può divenire una buona casa.
    Ma c’è ancora tanto tanto lavoro da fare, tanta riflessione, tanto studio, tanta formazione per operatori e per familiari… nutriamoci di speranza e di motivazione, fosse anche solo perché i prossimi vecchi saremo noi!

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  6. Sottoscrivo e mi impegno a realizzare questa rivoluzione a favore dei nostri anziani che sono la memoria e la storia della nostra società. Quella società che troppo spesso dimentica le proprie radici dimostrandosi più smemorata e disorientata delle persone che lo sono per malattia e destino.

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  7. Sottoscrivo,
    perché voglio partecipare alla costruzione di una nuova visione in un mondo in cui sarò una persona anziana da ascoltare, in cui vedrò riconosciute le mie competenze elementari e sarò trattata come una donna che vive in una nuova casa e non come una “Ospite” inserita in una “struttura”.

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  8. Io e la mia famiglia stiamo per affrontare il passo di ricoverare la mamma, affetta da Alzheimer, in una RSA.
    In RSA mi piacerebbe che la mamma trovasse donne e uomini con cui abbia piacere di interagire, di cui possa imparare a fidarsi, che pian piano possano diventare ‘amici’, che sappiano guardarla negli occhi. E vorrei anch’io, da famigliare, entrare in questa nuova comunità allargata, essere, anzi, il perno intorno al quale si formano le relazioni tra la nostra comunità di famiglia e quella nuova della struttura. Perché, soprattutto a certi livelli di gravità dei deficit cognitivi e verso le fasi del fine vita, vorrei che l’RSA fosse di sostegno e accompagnamento anche del nostro intero nucleo famigliare.

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  9. Sottoscrivo in pieno accordo. Mi riconosco e desidero “un futuro prossimo in cui le RSA siano il più possibile delle case dove ogni anziano, anche smemorato e disorientato, possa essere riconosciuto come persona, così com’è, e vivere la propria vita nel modo più normale possibile”. Quell’anziano siamo tutti noi.

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  10. Ringrazio Francesca che ha segnalato il manifesto e che costantemente sensibilizza sul tema della fragilità legata ai deficit cognitivi. Credo che ogni età della vita abbia necessità di spazi protetti e accoglienti in cui si valorizzino le potenzialità di ognuno: penso alla scuola e più in generale all’ambito educativo, ad esempio, dove il bambino è accolto, compreso e valorizzato anche e soprattutto in virtù dei suoi ‘limiti’ intrinsechi, connessi all’età e allo sviluppo, senza giudizio di inferiorità o di incapacità. Ecco, vorrei che i limiti, SEMPRE, a maggior ragione nell’età adulta, non fossero MAI interpretati solo come tali ma anche come un modo diverso di approcciare e guardare alla realtà, che diventassero, insomma, una ricchezza. Come se improvvisamente qualcuno ci calasse un paio di occhiali nuovi sul naso e noi cominciassimo a guardarci attraverso: certo, saremmo disorientati, ma poi dovremmo sforzarci di dare un senso a questa nuova visione. Una RSA dovrebbe essere semplicemente un luogo dove accogliere con cura e pazienza visioni diverse del mondo, vigilando affinché questa fragilissima biodiversità (perché di questo si tratta) non vada persa.

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  11. Sottoscrivo. Ho conosciuto l’Alzheimer quando ero molto piccolo, mia nonna è stata malata per 15 anni, è stato un periodo lungo e terribile.

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  12. impiegata – figlia di mamma con alzheimer
    Ringrazio per questa importante iniziativa che condivido in pieno.
    Io ho seguito mia mamma sia a casa che in RSA. Sono convinta che ognuno di noi vorrebbe concludere la sua vita nella propria casa, ma in situazione come le demenze la soluzione della RSA nella maggioranza dei casi è quasi obbligatoria. Per qs è ancora più importante sensibilizzare sul metodo del dott. Vigorelli, importante per tutti: malati, familiari e operatori. E’ un lavoro di cambiamento di prospettiva verso la realtà delle malattie di demenza. L’approccio capacitante apre la mente dei familiari verso una vera accoglienza dell’altro in tutte le sue diversità.

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  13. Qualunque input utile a migliorare la vita delle persone colpite da Alzheimer deve essere il benvenuto negli atti pratici e nel dibattito pubblico

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  14. Formazione, investimenti per ricerca e sviluppo di nuove idee sono da sempre il motore capace di sviluppare qualunque società umana. Cultura, in una parola.

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  15. Sono la figlia di una donna ricoverata in casa di riposo e nipote di una zia, attualmente al domicilio, entrambe con decadimento cognitivo. Credo che, come già detto, bisognerebbe partire dal vertice della piramide dell’RSA, invogliando prima di tutto i responsabili e poi a cascata tutti gli operatori a seguire il corso dell’ Approccio Capacitante. Forse il modo migliore per invogliarli sarebbe quello di “rubare” un’ora di lavoro e poi fare un’ ora di straordinari per seguire bene il corso una volta a settimana, a rotazione. Forse ci si potrebbe appoggiare a volontari che insegnino il metodo. Io mi propongo. Credo inoltre che si potrebbe pensare per gli operatori un momento di benessere all’interno della struttura, con tecniche di rilassamento, almeno 2 volte al mese.
    Per quanto riguarda le persone anziane, sarebbe buona cosa impegnarli nelle cose che amano di più, e non tenerli seduti su una sedia parecchie ore al giorno, senza far neinte, a guardare il vuoto e inoltre rivedere il problema del cibo, troppo spesso senza gusto, frullato, precotto. A ciascuno di noi, se stiamo in salute, piace assaporare buoni gusti e non la solita brodaglia.

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  16. Sottoscrivo!
    Sono un OSS ormai prossimo alla pensione. Quando ho cominciato questo lavoro, nei vari corsi di formazione, ci è stato insegnato che i nostri compiti fondamentali, nei confronti degli ospiti, erano “osservare e fare”. Vorrei che nella “mia RSA futura” gli OSS passino ad “ascoltare, elaborare, agire”.

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  17. Sottoscrivo e approvo il Manifesto quale contributo a migliorare le condizioni di persone anziane fragili nelle strutture residenziali, ma non solo.
    Gigliola Casadei psicologa

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  18. Invecchiare non deve significare “sopravvivere”, ma “diversamente vivere”…e il Manifesto illumina la strada delle Rsa del domani, mettendoci in cammino già da oggi.

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  19. Sottoscrivo, perché anche io ho deciso di mettermi in cammino, aderendo alla formazione, per la realizzazione del programma ambizioso descritto dal manifesto. Attraverso lo svolgimento della mia professione con maggiore consapevolezza, nelle parole, nell’ascolto e nei gesti, desidero essere tra gli artefici del cambiamento. Per la felicità possibile degli anziani smemorati e disorientati, che sono le nostre radici, e per vivere con maggiore dignità i nostri ultimi anni quando anziani lo diventeremo noi.

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  20. Ho alle spalle più di 30 anni di lavoro con gli anziani fragili e per circa 20 ho lavorato come formatrice nei corsi ASA OSS. Negli anni il mio luogo di lavoro si è trasformato da Casa di riposo, in RSA, quando, la Legge Finanziaria del 1988, iniziò a fare ordine e a definire il ruolo, i compiti e le caratteristiche, delle varie strutture assistenziali. Rimasi profondamente delusa quando scoprii che l’acronimo RSA significava Residenza Sanitario Assistenziale, credevo, io allora Animatore Sociale, speravo, che quella S centrale significasse Sociale. Da allora l’aspetto Sanitario è stato sempre più preponderante e, ancora oggi, ci troviamo a lottare per la valorizzazione della socialità, la reintroduzione della normalità, alla ricerca di una umanizzazione di un luogo che ospita esseri umani. Mi stanno a cuore non solo gli anziani, che hanno il diritto di vivere in uno spazio e tra persone che possano garantire la maggiore serenità, libertà e sicurezza possibile, ma anche gli operatori che, se non sufficientemente considerati, valorizzati, resi consapevoli, formati, difficilmente riusciranno a prendersi cura di chi viene loro affidato. Per questo sottoscrivo pienamente il manifesto redatto dal professor Vigorelli. Io mi sono messa in cammino e sono stra-convinta, che la prima tappa di questo viaggio sia investire sulla formazione degli operatori.

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  21. Sottoscrivo e ringrazio di cuore per questa iniziativa. Per otto anni ho fatto l’indimenticabile esperienza come responsabile di due Centri Servizi come sono chiamate in Veneto. Quanto contenuto nel documento è possibile, molto dipende dalla concezione della casa dei responsabili ultimi, i quali possono incidere nella qualità della vita quotidiana. Ma anche dal basso può innescarsi un processo di rinnovamento. Mi piace l’essere ” Accompagnatori” e non Operatori.. è sempre stato l’invito rivolto a tutte le figure professionali ogni giorno. Accompagniamo nell’ultimo pezzo di strada verso la Grande Porta, un grande dono e una grande responsabilità.

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  22. Il mio commento, che il collega Pietro Vigorelli ha pubblicato da qualche parte (lo sto cercando), si basa su due criticità che stanno A MONTE del successivo approccio corretto, umano, empatico, costruttivo.
    1. Si tratta della CORRETTA DIAGNOSI: sfuggono almeno il 50%, forse anche (dati Alzheimer nel mondo) il 75%.
    La responsabilità di ciò ha molte sfaccettature, descritte nel mio articolo: zavorra di luoghi comuni e di preconcetti (tra cui la Demenza Senile inesistente, forse…; l’AGEISMO, di cui ho scritto un MANIFESTO che il collega Andrea Fabbo sta distribuendo in Emilia Romagna, i cattivi maestri, la banalizzazione imperante….). Non tutte le demenze iniziano col buco… di memoria, tanto per cominciare, in particolare quelle GIOVANILI. E così via: https://perlungavita.it/argomenti/salute-e-benessere/1575-i-6-non-puo-essere-demente
    2. Prima ancora di discutere ed affrontare la DEPRESCRIZIONE FARMACOLOGICA, altro tassello rilevante (come riuscirete a procedere con un approccio capacitante o altro metodo se la persona malata é imbottita di psicofarmaci, é in preda ad ACATISIA (trovate sul mio http://www.ferdinandoschiavo.it) oppure assume anticolinergici, una delle MINE VAGANTI descritte nel mio articolo e comunque elencate nel mio MALATI PER FORZA. Maggioli 2014, purtroppo ancora attualissimo??? Trovate l’articolo che ho inviato a Pietro Vigorelli, intanto!
    Diversi aspetti sono ancora importanti, ad esempio la COSCIENZA DI MALATTIA: https://perlungavita.it/argomenti/salute-e-benessere/1594-la-variabile-impazzita.
    Ancora e poi taccio: torniamo a fare i medici? Le MALATTIE DI CONTORNO ad un quadro di demenza ne contrassegnano il decorso. E noi? https://perlungavita.it/argomenti/operatori-e-servizi/1451-perche-i-medici-non-toccano-piu-i-pazienti-riflessioni-all-epoca-del-coronavirus-e-della-giusta-distanza

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  23. Questo Manifesto è un utile strumento per intraprendere il cammino verso un reale cambiamento culturale.
    SOTTOSCRIVO!

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  24. Da molto tempo sono convinta che le RSA, anche le migliori, abbiano molti tratti tipici delle istituzioni totali. Concordo pienamente con gli obiettivi proposti dal Manifesto ed apprezzo i metodi – come l’Approccio capacitante – che valorizzano la persona, la sua storia e la normalità del vivere.
    C’è tuttavia un punto su cui mi sento di dissentire: il Manifesto dica come priorità la formazione degli operatori. Questa formazione è certamente fondante di ogni possibile cambiamento e va perseguita in ogni modo, ma credo sia ingeneroso caricare solo sulle spalle degli operatori l’onere della rivoluzione (culturale, strutturale ed operativa) nelle RSA e in generale nei servizi. Il Manifesto non fa cenno ai rapporti con le istituzioni politiche e anche nei commenti mi pare che questo tema sia assente. E’ una vecchia discussione, che attraversa da anni le nostre esperienze e non può certo essere esaurita nelle poche righe di un commento. L’azione dal basso è necessaria ma ugualmente lo è la vigilanza e la pressione sulla dirigenza tecnica ed amministrativa e sul legislatore. Ne riparleremo. Intanto porterò il Manifesto all’attenzione dell’associazione con la quale sono attualmente impegnata (ass. Al Confine aps). Grazie.

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    • Concordo pienamente col commento di Elisabetta Granello. La lacuna che ha sottolineato dipende dal fatto che noi ci occupiamo solo di formazione e non di questioni istituzionali, politiche, amministrative e legislative. Concordiamo con la loro importanza e non ne parliamo solo perché esulano dalle nostre competenze e dal nostro campo di azione.

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  25. Estoy completamente de acuerdo con el manifiesto, me parece muy acorde con el modelo de atención centrado en la persona.

    Suscribo al mismo.

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  26. Sottoscrivo pienamente il manifesto anche a nome dell’Associazione Al confine che presiedo, e che da 15 anni pratica queste modalità relazionali seppure nel diverso contesto di attività per persone non istituzionalizzate.
    Ci piacerebbe sapere quale futuro ha questo manifesto, diventerà una petizione e nel caso rivolta a chi; un progetto condiviso, una proprosta alle istituzioni? O altro ancora?
    Grazie

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    • Grazie per la sottoscrizione. Lo scopo del Manifesto è di dar voce a un movimento più ampio che già esiste in modo informale tra gli operatori. Quest’estate si concreterà in un libro bianco (Quaderno Anchise) e fin da ora chiediamo a chi lo condivide di farlo conoscere e sottoscrivere. Pietro Vigorelli

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  27. Buongiorno a tutti, io trovo questo Manifesto e ciò che ci sta trasmettendo il Dott. Vigorelli con il suo sapere professionale una possibile svolta per la vita delle persone che vivono in una RSA.
    La vita in RSA per i nostri anziani (non mi piace chiamarli ospiti perchè quella è la loro nuova casa) è ancora scandita da ritmi frenetici, dove bisogna fare, fare, fare, secondo orari, senza prima di tutto avere una cura lenta, un ascolto attento, un fermarsi con loro su quello che ci portano, su quello che è il loro bisogno.
    L’ RSA è il loro nuovo mondo, è importante che noi ci adeguiamo al loro mondo, perchè è questo ciò che ci chiedono e non una programmazione del nostro orario su di loro.. .. Mi piacerebbe che si potesse finalmente accogliere la persona per quello che è, finalmente dando spazio all’ascolto delle sue parole, del suo mondo… solo così, a mio parere, potremmo permetterci di dire di essere stato accanto all’anziano ed aver camminato un pò con lui…

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  28. Sottoscrivo. Mi piacerebbe contribuire attivamente alla costruzione di questo futuro possibile. Da quando conosco l’Approccio Capacitante mi si è aperto un mondo nuovo, di speranza, ma non utopia. Rendere concreta la felicità di una persona, riconfermarne la dignità più profonda è una missione che si può davvero concretizzare ogni giorno attraverso l’ascolto sincero di parole che apparentemente non hanno più senso, l’accettazione di tutte le parti sane e malate, la promozione della spinta vitale che ancora (magari flebile) esiste. Tutto ciò significa migliorare un po il mondo che dagli anziani abbiamo ereditato, oltreché dire loro “Grazie per tutto”.

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